Soggetto supposto performare: la formazione nell’epoca del capitale umano

Esiste un filo sottile che collega l’esperienza di un genitore alle prese con le prime scelte educative per la propria figlia, quella di un tutor che accompagna gli studenti universitari della facoltà di Psicologia nel percorso di tirocinio, e quella di una psicoanalista impegnata nella clinica. Sebbene possa sembrare difficile coglierne l’unità, se non come espressione di ruoli che comportano grandi responsabilità, è proprio dalla specificità di questi incarichi, che personalmente ricopro, che ha preso forma una riflessione sul presente e su come esso venga abitato.

Forse non tutti sanno che, se si ha un figlio di quattro anni che frequenta la scuola dell’infanzia (e che presumibilmente continuerà a frequentarla per i successivi due anni), non aver ancora preso parte a nessun open day di scuole primarie potrebbe essere considerato un segnale di ritardo nella pianificazione del suo percorso formativo.

Oggi, infatti, la scelta della scuola per i propri figli non rappresenta più il passaggio naturale e ineluttabile da un ciclo educativo all’altro – quella che un tempo veniva vissuta come la “scuola dell’obbligo”, alla quale si accedeva semplicemente perché era previsto. Nel nostro tempo, tutto ciò che riguarda l’istruzione e la formazione sembra essere pervaso da un’aura di ansia che coinvolge, in modo trasversale, studenti, genitori e insegnanti.

Ben lontana appare oggi la concezione platonica di formazione, i cui cardini erano la misura, l’armonia e l’articolazione delle differenze in una cooperazione orientata allo sviluppo. Anche le più recenti concezioni rousseauiane, centrate sulla crescita e sulla fioritura dell’individuo, sembrano distanti dal clima attuale. Storicamente, l’educazione – nella prospettiva filosofica e pedagogica – è stata associata al benessere e al compimento del soggetto. Al contrario, ciò che oggi si lega al tema della formazione appare avvolto da un alone di stress diffuso e persistente.

L’eventualità di una “scelta sbagliata” – a qualunque livello del percorso – è spesso vissuta come irreversibile. In tale contesto, molti genitori investono risorse significative per garantire ai figli corsi privati, lezioni individuali, programmi di coaching. Bambini di appena sei anni vengono iscritti a scuole internazionali o bilingue, non tanto per una reale necessità o legame culturale, quanto per arricchire un curriculum che, di fatto, comincia a costruirsi già tra i tre e i sei anni. Crescere un figlio sembra così ridursi a un investimento continuo, da massimizzare fin dall’infanzia.

La filosofa francese Judith Revel, studiosa del pensiero foucaultiano e autrice di importanti contributi alla filosofia politica contemporanea, individua nella condizione di ansia generalizzata che attraversa il nostro tempo l’effetto lungo di un passaggio culturale avvenuto circa settant’anni fa: l’introduzione delle teorie del capitale umano. Secondo questa prospettiva, la formazione smette di essere uno spazio di emancipazione, crescita e affermazione per trasformarsi in un processo di capitalizzazione dell’individuo, quantificabile e spendibile.

In questo scenario, il soggetto in formazione viene ridotto a un curriculum, e la responsabilità di chi lo forma – o di chi orienta le sue scelte – assume le sembianze di un investimento senza fine.

Foucault, analizzando il concetto di capitale umano e in particolare le teorie dell’economista Gary Becker, individua due componenti fondamentali: gli elementi innati, che aprono inquietanti derive eugenetiche oggi tristemente attuali; e gli elementi acquisiti, che includono l’istruzione istituzionale e il ruolo della famiglia. Alla scuola è richiesta una prestazione sempre superiore alle sue possibilità; alla famiglia si impone un impegno incessante, volto a “fare di più, meglio e il più rapidamente possibile”.

Questa corsa alla performatività genera un sistema insostenibile, in cui le strategie messe in campo da individui e istituzioni risultano spesso inefficaci o frustranti.

Una collega che insegna in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti mi raccontava recentemente come gli studenti comincino a raccogliere informazioni per la scelta post-laurea anche due anni prima della conclusione del percorso magistrale. Di fronte a un ventenne che si attiva così precocemente, si potrebbe pensare a una forma di lungimiranza; tuttavia, è inevitabile domandarsi quale sia il livello di ansia che attraversa oggi chi si trova in formazione.

Nel mio lavoro con i gruppi di psicodramma analitico rivolti alla supervisione dei tirocinanti, ho il privilegio di osservare da vicino un cambiamento strutturale del percorso formativo. Ricordo, ad esempio, il racconto di una tirocinante che, dopo aver incontrato un collega impegnato nel terzo settore, ha espresso la preoccupazione che tale esperienza potesse garantirgli un accesso più rapido al lavoro. Nonostante riconoscesse il valore formativo del proprio tirocinio, sentiva di “non fare abbastanza”. Il parametro di giudizio, ancora una volta, non era l’apprendimento o la qualità della trasmissione del sapere, ma la spendibilità della riga di curriculum.

In questo scenario, torna utile il riferimento a Jacques Rancière, che nel suo testo Il maestro ignorante (2009), racconta la storia di Joseph Jacotot – filosofo, pedagogista e rivoluzionario – il quale sviluppa un metodo educativo in radicale controtendenza rispetto all’assioma pedagogico dominante: l’idea che per insegnare sia necessario un Maestro, inteso come colui che sa, di fronte a un allievo che, per definizione, non sa.

Jacotot non nega la differenza di posizione tra maestro e allievo, ma rifiuta che tale differenza si traduca in gerarchia, subordinazione o obbedienza. Il sapere, nella sua prospettiva, è un processo costruito nella relazione. Il “maestro ignorante” non trasmette un sapere, ma emancipa l’intelligenza dell’altro, permettendo all’allievo di imparare da sé.

Questa visione presenta affinità (e divergenze) significative con il concetto lacaniano di soggetto supposto sapere (sujet supposé savoir), introdotto nei Seminari XI (I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, 1964) e XVII (L’envers de la psychanalyse, 1969-70).

Lacan propone una struttura in cui:

a

S₂ | S₁

$

$: il soggetto barrato, ovvero il soggetto dell’inconscio, diviso, che non sa chi è.

S₁: il significante padrone, ciò che il soggetto cerca per definirsi.

S₂: il sapere, inteso come sapere inconscio, frammentato e non posseduto.

a: l’oggetto piccolo a, causa del desiderio, posizione dell’analista.

L’analista non dirige la parola del soggetto, ma ne attiva il movimento. Il soggetto supposto sapere non è l’analista stesso, bensì una funzione proiettata su di lui dal soggetto in analisi. L’analista occupa questa posizione solo perché il soggetto gliela attribuisce, ma – e questo è essenziale – non conferma questa supposizione. Al contrario, la sospende, la svuota, aprendo lo spazio del desiderio e della trasformazione.

L’analista, per Lacan, è causa del desiderio, non suo proprietario. Allo stesso modo, per Jacotot, l’insegnante non è detentore del sapere, ma motore del suo processo.

A fronte di queste riflessioni, ci si potrebbe domandare come possa sopravvivere tale approccio all’individuo – fondato sulla costruzione relazionale del sapere e sul desiderio – in un mondo che non si limita più a chiedere di essere produttivi, ma impone a ciascuno di diventare esso stesso capitale.

Oggi l’obiettivo di un genitore non è più che il proprio figlio sia produttivo, ma che sia competitivo. E per un analista? Anche in questa posizione, si avverte la pressione di un tempo che irrompe con la forza dei mutamenti sociali, delle nuove tecnologie, e ci costringe a confrontarci con l’ignoto.

È sufficiente la consapevolezza per sottrarsi a questa logica? E ancora: è davvero desiderabile, per analisti, formatori, genitori, stare “fuori dal presente”? O forse ciò che oggi ci è richiesto è di mantenere un’apertura, un dialogo vivo con ciò che ci attraversa?

In assenza di risposte definitive, forse l’unico gesto etico possibile è proprio questo: lasciare aperto un dialogo con il presente, nella consapevolezza – socratica – che “so di non sapere”.

Roma, dicembre 2025

Carlotta Zoncu

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