Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti, visita la pagina dedicata. Informativa ai sensi dell'art. 13 D.Lgs. 30 giugno 2003 n.196.

Recensione di Riccardo Cocchi

nome.jpg

Ambientato nella Bassa Padana dell’estate del 1983, il film di Luca Guadagnino, regista siciliano di 46 anni, racconta il coming of age di Elio, diciassettenne ebreo italoamericano, il cui padre, professore di archeologia, ospita come ogni anno in una villa del cremasco uno studente impegnato nella stesura della sua tesi di dottorato: Oliver, atletico ventiquattrenne statunitense, brillante e spavaldo, sconvolge la partitura della vita di Elio, intercettandone il desiderio e catalizzando nell’urgenza dell’affacciarsi all’età adulta i ritmi dilatati e forsennati insieme di una adolescenza che non è un periodo di vita, ma uno stato mentale. Inizialmente infastidito dall’arrivo di questo seducente usurpatore, Elio se ne scoprirà sempre più attratto, in un coinvolgimento senza più remore, sempre più totalizzante.

Un’educazione sentimentale una e trina che, reiterando l’esplorazione sessuale di sé stessi tra fantasie, desideri e masturbazione, interroga Elio su sé e sull’altro, nei rapporti col maschile e col femminile. La scoperta archeologica consente finalmente l’emergere di una forma perfetta e mancante, che trova il suo compimento soltanto nel gesto di restituzione da parte dell’altro.

Noli me tangere, smettiamo di toccarci.

Il contatto iniziale sembra aver sempre bisogno di un mezzo, di un tramite, nella paura di rompere qualcosa di ancora perfetto, come un uovo à la coque, una pèsca, una statua ellenistica. La necessaria deflorazione al/del vivere.

Guadagnino, incerto nella sovrabbondante sceneggiatura di James Ivory, tenta il difficile cocktail che misceli nostalgia e contemporaneità, soccombendo al troppo, in un I segreti di Brokeback mountain all’italiana in cui, strizzando l’occhio a Bertolucci, balla da solo una pellicola in cui c’è troppo di patinata, sovrabbondante decadenza: dalle tante lingue del film, alla storia di amore e sesso che, ormai incamminatasi su binari precostituiti, non può che esaurirsi nel tempo della lunga, lunghissima, eterna breve estate dell’efebia di Elio – il bravo, bravissimo Timothée Chalamet.

 

L’atmosfera panica della prima ora, gravida di aspettative alla Pic-nic ad Hanging Rock, rischia di esaurirsi su sé stessa col dipanarsi della trama, rischiando di perdere in immaginazione quanto espone di esplicito allo sguardo nei dialoghi, nelle passeggiate in bicicletta, negli anditi dei portoni, nelle scene di letto e di intimità cameratesca.

Tanti i riferimenti ad un’Italia dei primi anni Ottanta, ricostruita con precisione impeccabile, in cui ancora tutto sembra possibile, trasmettendo allo spettatore adulto un non-tempo: l’imperativo distopico a vivere gli anni dell’adolescenza di altri come non si è vissuta la propria, col rischio – amaro – di vampirizzare lo sbocciare del desiderio altrui.

Troppi, forse, i riferimenti alla cultura, alla musica, alla storia ed alla religione, che rischiano di soffocare più che di esaltare la storia dei protagonisti.

Una terna di generazioni al maschile si alterna con crudeltà sulla scena fantasmatica, passandosi il testimone di un desiderio che rischia di non lasciare nulla in bocca, una Statua di sale che non può neppure lacrimare, troppo vicina com’è al fuoco.

Nomi, musiche, ciondoli, indumenti, biciclette, più che oggetti transizionali, sono meri feticci, soffocanti sovraimpressioni di un’identità ancora incerta. Soltanto il sentirsi chiamare per nome, grazie alla lingua della madre, consente di nuovo il risveglio alla soggettivizzazione.