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In questo periodo di emergenza la sezione è dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

Il tirocinio post laurea in psicologia ad Apeiron si svolge prevalentemente in due grandi ambiti, distinti tra loro, ma collegati attraverso l'attività dell'osservazione che si trasforma in un momento successivo in scrittura: lo psicodramma analitico e l'osservazione diretta.
    Durante l'anno di tirocinio ho potuto partecipare a diverse terapie di psicodramma svoltesi in setting differenti, ognuno prezioso da un punto di vista formativo. I setting sono stati di tipo individuale, di coppia e di gruppo e sono stati formativi tutti per aspetti simili, che ho potuto però approfondire con maggiore enfasi in un setting o nell'altro, e che mi hanno arricchito sia a livello professionale che personale.
    Solitamente ci si incontra prima di una seduta ricapitolando cosa è successo la volta precedente, chiarendo ciò che ha creato confusione o non è stato capito e pensando agli aspetti che andrebbero indagati ulteriormente o quelli che sarebbe utile includere nei rimandi. Poi comincia la seduta e si passa dalle parole e dai pensieri in libera discussione alla “prova generale”, durante la quale non si possono più fare domande, ma bisogna imparare a saper riflettere sul momento, decidere come rappresentare i personaggi durante i giochi di psicodramma, cosa “doppiare”, ovvero cosa rimandare al protagonista dal posto di uno qualsiasi dei personaggi inclusi nel gioco, come reagire agli sguardi dei partecipanti alle sedute o alle loro domanda.
    Infatti le prime sedute non sono facilissime, proprio perché bisogno capire qual'è il “proprio posto”, cosa fare o dire, ma ci si trova pur sempre a una “prova generale” e non al proprio debutto, perché la presenza dei terapeuti protegge ed è in grado di contenere le piccole inaccuratezze che capitano durante la formazione e i loro interventi aiutano a comprendere meglio come comportarsi durante le sedute, a cosa fare attenzione o da quali aspetti del racconto non farsi “abbagliare”. Infatti, non sempre ciò che viene detto rivela la parte più autentica, che spesso e volentieri viene svelata proprio dal gioco psicodrammatico.
    Attraverso le varie forme di rimando, siano esse le osservazioni e le animazioni dei terapeuti o i doppiaggi dei tirocinanti in veste di io-ausiliario, non solo chi viene a scopo terapeutico, ma anche chi partecipa a livello professionale e/o formativo dà un contributo alle storie che vengono portate. Storie che portano con se spesso un qualche tipo di sofferenza e confusione, che a volte si rivelano appunto attraverso atti creativi come il gioco psicodrammatico, ma anche il disegno o il racconto di una storia. Di fronte a questi “stimoli” ognuno ne aggiunge un pezzettino, un emozione, un ricordo,... . Ed è proprio attraverso questi pezzettini in più che la storia raccontata tende a diventare un po' più chiara e meno bloccata, ad aprirsi a nuove possibilità che prima non erano visibili.
    Rispetto a questi pezzettini è importante distinguere bene gli aspetti più “professionali”, come riferimenti teorici, esperienze professionali, obiettivi terapeutici del momento e così via, dai pensieri più “personali” che si riferiscono a momenti o emozioni vissuti e dalle sensazioni suscitate che appartengono al narratore della storia o il protagonista del gioco. Bisogna distinguerli non tanto per tenerli distinti, ma per essere maggiormente consapevoli a chi o a quale registro appartengono e utilizzarli poi, nel rispetto della propria privacy, per rimandare qualcosa di utile a chi si ha di fronte. Durante gli anni dell'università questi registri di tipo più teorico professionale ed emotivo personale erano maggiormente distinti e il tirocinio mi ha permesso di comprendere quanto questi in realtà sono collegati e intrecciati tra loro, rendendo impossibile distinguerli a 100%. Conoscere le teorie è senz'altro importante, ma è anche vero che la conoscenza di queste teorie necessita comunnque della “persona” che le possiede per essere usate, applicate clinicamente. Bisogna, quindi, “usarsi” e farsi usare (soprattutto nel ruolo di io ausiliario) per accogliere e risuonare il racconto verbale e non verbale anche a livello emotivo e rimandare all'altro qualcosa che non si trovi a un livello teorico asettico, ma a un livello di autentica partecipazione. La consapevolezza rispetto al proprio contributo alla storia di un'altra persona e rispetto a chi appartengono le sensazioni provate e le idee pensate durante le sedute per me è stato un importante insegnamento. E questa consapevolezza  richiede un ascolto contemporaneo di se stessi e dell'altro, la capacità di districare le emozioni prettamente personali da quelli che risuonano in risposta a ciò che è avvenuto in seduta e pensare a come rimandare qualcosa di sentito, sincero e utile a chi si ha di fronte.
    L'altro grande ed importante ambito è quello dell'osservazione diretta. La metodologia dell'osservazione diretta insegnata presso Apeiron è quella proposta dal prof. Francesco Scotti e si occupa delle strutture fondamentali della relazione. All'interno di queste strutture si pone l'obiettivo  di “leggere tra le righe”, di vedere ciò che spesso tende a rimanere all'ombra, non tanto per attuare un cambiamento, quanto per individuare possibili punti di partenza e direzioni di trasformazione.
    L'osservazione si articola in diverse fasi: l'osservazione in presenza, stesura del protocollo, lettura dei protocolli in gruppo e restituzione. Qualcuno potrebbe obiettare come l'osservazione non è un intervento psicologico in senso stretto, ma la mia esperienza mi ha insegnato l'importanza a livello professionale di tutta una serie di capacità insegnate attraverso questa attività e poi applicate  durante le sedute di psicodramma.
    Ho svolto la mia prima osservazione in una scuola elementare. Dopo una prima fase di individuazione dell'istituzione e di mettersi d'accordo sono quindi arrivata nella classe. Mi sono presentata e ho spiegato il motivo per il quale sono venuta e che li avrei seguito per qualche settimana. Dopo aver spiegato cosa avrei fatto, ho anche detto cosa non avrei fatto, ovvero parlato, partecipato, interagito. Infatti, durante l'ora di osservazione avevo un unico compito: osservare. Non dovevo parlare con nessuno, ne interagire attraverso sguardi o altre vie, né dovevo prendere appunti o concentrarmi troppo so cosa avrei dovuto scrivere, ma dovevo soltanto esserci e osservare cosa succedeva. Dopo la prima seduta di osservazione però sono tornata a casa e mi chiedevo cosa mai avrei potuto scrivere visto che “non era successo niente”. E invece, il giorno dopo, è uscito un bel “protocollo” di cosa era successo li, degli aspetti che mi avevano particolarmente colpito, di come erano disposti i ragazzini, chi erano, i colori della stanza, l'atmosfera, il modo di interagire, le piccole disattenzioni,... e anche di alcune sensazione mie suscitate dagli avvenimenti. Ed è proprio qui che ci si può esercitare a casa e con calma nella distinzione tra ciò che è personale e ciò che appartiene all'altro, che poi è di grande utilità durante le sedute di psicodramma dove tutto ciò avviene sul momento. La stesura di un protocollo è infatti previsto anche dopo le sedute di psicodramma e la scrittura, per quanto può sembrare la parte meno pratica e attiva, è stato uno dei momenti più importanti del mio tirocinio, proprio perché “costringe” a riflettere.

E così, anche scrivendo questo righe rifletto sul mio tirocinio post laurea in psicologia, contenta del fatto che sia stata un'esperienza positiva, pratica e formativa che mi ha permesso di vedere applicato nella pratica molti concetti di cui prima avevo una conoscenza prettamente teorica e di affinare molte di quelle capacità che raramente si trovano descritte nei libri, ma che nella quotidianità professionale dello psicologo sono spesso richieste. A questo proposito mi è stato molto utile poter osservare e confrontarmi con persone con diversi anni di esperienza professionale alle spalle, ma anche con i miei colleghi tirocinanti, che hanno arricchito di molto l'anno di tirocinio.