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In questo periodo di emergenza la sezione รจ dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

Marzo 2015  mi vede entrare per la prima volta ad Apeiron, seguendo la spinta del desiderio di poter svolgere un tirocinio che mi permettesse di entrare nel vivo di un processo terapeutico.
Il percorso qui ha avuto inizio con l'addestramento all'ascolto attraverso la metodologia dell'osservazione diretta: imparare ad osservare ed ascoltare, condividendo ed elaborando l'esperienza all'interno del gruppo di osservazione, restituire poi quanto ricevuto, mettendo in luce aspetti meno evidenti e possibilità di cambiamento.

Formazione all'ascolto portata avanti insieme al mio essere tirocinante in posizione di io ausiliario in gruppi di Psicodramma. Psicodramma di gruppo, di coppia, individuale: medesima funzione, quella di “io ausiliario”, all'interno e tramite la quale ho coltivato la mia formazione.
Un'esperienza che mi ha portato ad osservare, sentire, capire, risuonare, conoscere e conoscermi, anche attraverso il costante lavoro di scrittura. Scrivere sempre dopo ogni seduta, così come dopo ogni osservazione, scrivere per tenere a mente, per osservare, per comprendere, per restituire. Se dovessi dare un titolo alla mia esperienza, sarebbe quello di “posizione intermedia”.
Posizione intermedia come psicologa in formazione, tra paziente e terapeuta. Una posizione, quella di tirocinante in funzione di io ausiliario, che forma permettendo di stare in un processo terapeutico in posizione “protetta”. Posizione intermedia quindi rispetto al percorso formativo, ma questa posizione racconta anche diversi aspetti del mio stare in questa esperienza.
Tra il sentire e il pensare: tra la razionalità nel cercare di capire e la necessità di stare, risuonare, entrare nella questione portata dal gruppo, dalla coppia, dall'individuo in quel momento. I doppiaggi mi hanno messo spesso di fronte alla necessità di una mediazione tra le mie risonanze e quello che potevo pensare come utile al percorso terapeutico.
Tra ciò che è mio e ciò che riguarda l'altro: perché sento questo? Perché ora? Un costante lavoro di osservazione di ciò che mi risuona, che ho cercato di usare a favore della mia presenza lì, con la fluttuante osservazione tra ciò che è mio e ciò che riguarda invece chi ho davanti.
Ripensando la mia esperienza, dalla partecipazione, come io ausiliario, al gruppo di ragazze adolescenti, fino alle sedute nello psicodramma individuale di una preadolescente ho potuto osservare come sia avvenuto un passaggio, ancora non concluso, dall'attenzione “al fuori”, derivata dal timore di sbagliare, ad uno stare in presenza di quello che c'è: in questo percorso di formazione attraverso l'esperienza ho potuto coltivare in me uno spazio di osservazione, contenimento, cambiamento; ho imparato come sia necessario “toccare” la questione dell'altro per poterlo raggiungere.
Ed è proprio intorno all'ultima esperienza, come io ausiliario nelle sedute di psicodramma individuale di una ragazza preadolescente, rispetto alla quale insieme ai miei “colleghi” abbiamo lavorato, pensato, scritto molto che ho potuto osservare una trama di quello che è stato il mio percorso ad Apeiron.
Emerge così l'incontro e l'intreccio tra due percorsi: quello della mia formazione, costituito da teoria e tecnica ma anche e soprattutto, da esperienza, fonte di risonanze, e quello di G., dall'infanzia all'adolescenza, dalla famiglia di origine alla famiglia adottiva, una trama che nel corso delle sedute è stato possibile in parte scrivere, a volte riscrivere.
Attraverso questa esperienza ho potuto osservare la funzione di io ausiliario nel suo “farsi tramite”, “lasciandosi utilizzare”, costruendo un mondo ausiliario che possa favorire l'esplorazione della realtà, permettendo così di raccontare la propria storia, poterla pensare, ripensare, significare. Dare la possibilità di pensare, forse, ad un'alternativa.
Uno dei giochi fatti nel corso di questo psicodramma credo possa raccontare alcuni di questi aspetti. Mette in scena la felicità dell'attesa di scartare i regali di Natale, al tempo stesso però racconta di quel regalo che fa tutti gli anni a se stessa “da Gelsomina per Gelsomina”. Mi risuona l'impossibilità di di dare voce all'ambivalenza del momento in cui si scarta un regalo: l'attesa e l'aspettativa come gioia ma anche come possibilità di delusione (nel percorso con lei mi ha sempre colpito la profonda spaccatura tra aspetti tristi e felici, i suoi racconti mi sono spesso sembrati tentativi di creare una nuova trama per la sua storia, ricostruendo il bello e lasciando fuori gli aspetti più dolorosi e meno “tollerabili”). Alla luce di queste risonanze e con in mente questo pensiero faccio un doppiaggio, raccontando di quanto da piccola il momento in cui scartavo un regalo fosse da un lato pieno di gioia dall'altro pregno della paura della delusione. E' possibile per lei, attraverso l'ausilio dell'altro, mettere in luce e dare parola ad aspetti fino ad ora taciuti? Nel percorso con lei ho sentito costantemente l'importanza di contattare le proprie ombre per poterle integrare nella propria storia e colmare i vuoti, creando una trama che potesse legare quella dicotomia che porta dentro di sé: “o tutto bianco o tutto nero, non ci possono essere insieme cose belle e brutte”.
Nell'osservare e pensare la mia “posizione intermedia” sono arrivata a mettere a fuoco una domanda, che ancora non aveva trovato parola: “dove posizionarmi?” Ancora una volta emerge l'incontro e l'intreccio tra me e l'altro. Così come lei, non più bambina, non ancora adolescente, ha potuto ad un certo punto iniziare a fare propria la domanda rispetto alla sua presenza lì “perché?”, anche io, nella trama del mio romanzo di formazione ho potuto fare lo stesso: dopo essermi sperimentata nel vivo di un processo terapeutico interrogarmi su dove mi posiziono io e quindi aprimi alla scelta: dove posizionarmi? E' questo uno dei punti di arrivo della mia esperienza in questo contesto, questo uno dei capitoli del mio romanzo di formazione, scritto nel periodo trascorso ad Apeiron.