Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti, visita la pagina dedicata. Informativa ai sensi dell'art. 13 D.Lgs. 30 giugno 2003 n.196.

In questo periodo di emergenza la sezione รจ dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

Il contatto con Apeiron è avvenuto nell’ambito del tirocinio post-lauream necessario all’esercizio della professione di psicologo, grazie alla convenzione che l’Associazione ha stipulato con l’Università Sapienza di Roma. Definirei l’attività di tirocinio interessante, toccante e formativa; nel mio caso tale esperienza ha segnato in positivo la mia vita professionale, permettendomi di affinare le mie competenze e potenzialità, oltre ad accrescere il mio bagaglio emotivo.

Ci si trova di fronte ad un’équipe composta da diverse professionalità che cooperano per il benessere degli individui, dei gruppi e della comunità ed il tirocinante ha l’opportunità di essere inserito in differenti contesti. La sua figura ed il suo ruolo sono considerati pregnanti per la riuscita del processo terapeutico. È un tirocinio che insegna ad approcciarsi al disagio in maniera complessa e permette di entrare emotivamente e a pieno titolo nei setting clinici, mettendo costantemente alla prova le proprie risorse professionali ed emotive in un clima protetto di scambio e formazione continua. Le attività a cui ho preso parte sono state diverse: partecipazione al gruppo terapeutico con adolescenti, terapie di coppia, terapia individuale con una preadolescente, formazione e messa in atto dell’osservazione diretta, seminari clinici, formazione teorica allo psicodramma analitico, presentazione di libri e molto altro. Nello specifico i professionisti di Apeiron utilizzano in tutte le psicoterapie (di coppia, individuali e di gruppo) la tecnica dello psicodramma analitico, ed io insieme ad altri colleghi tirocinanti ho ricoperto la preziosa funzione di Io Ausiliario. Quest’esperienza mi ha molto emozionato contribuendo a far nascere in me numerosi interrogativi scaturenti dal tipo di setting e dalla situazione che via via veniva portata. Senza entrare nel vivo delle singole questioni, il tema centrale delle stesse riguardava la mia posizione e la natura dei miei interventi. E’ stato ed è, un lungo lavoro soprattutto su me stesso. La mia posizione era considerata “intermedia” : intermedia in alcuni casi per età tra gli adolescenti e i terapeuti, ma anche e soprattutto per il ruolo, poiché connetteva quella di colui che portava un disagio e quella di colui che offriva un aiuto terapeutico. Tale posizione intermedia mi ha consentito quindi di essere contemporaneamente dentro il processo terapeutico costituendone una parte importante ma al tempo stesso fuori in una posizione protetta. I miei interventi(doppiaggi) che nascevano dall’osservazione o dal prendere parte attiva alla scena giocata, hanno contribuito a chiarificare le emozioni in campo e a dare una nuova luce alle simbolizzazioni emozionali della realtà dell’altro e sulla propria storia, favorendo così un cambiamento. Essere parte attiva di un processo terapeutico mediante la rappresentazione di ciò che risultava emotivamente pregnante per l’altro, mi ha permesso di avvicinarmi empaticamente alla sua sofferenza e di comprendere meglio, grazie alla mia esperienza personale, i suoi sentimenti, soprattutto su me stesso. Quello che mi ha colpito è lo “scarto” che, quasi sempre si esperisce tra la narrazione che precede la scena e il successivo gioco. La narrazione spesso cela elucubrazioni cognitive, mentre vivere in modo nuovo un evento emotivamente pregnante, accaduto e non semplicemente immaginato nella vita dell’individuo, riprendere le sue parole e i suoi gesti, comportarsi in un determinato modo, nonchè il contatto che si crea con l’altro, fanno emergere un campo diverso ed un’emozione che si sente a pelle, difficile da mascherare, poiché vissuta in prima persona anche dall’Io ausiliario non raccontata, e non evidente nella narrazione. Il campo cambia ed emerge il nucleo centrale, il “punto cieco” che grazie a ciò che si prova nella scena ed ai doppiaggi di tutti, viene via via sviscerato. Secondo la mia esperienza ed il mio modo di comprendere ciò che sta accadendo emotivamente, il gioco psicodrammatico è imprescindibile, poiché la sola narrazione non è per me sufficiente a farmi accedere ai vissuti più profondi dell’altro; è proprio il gioco che risulta per me il mezzo e la guida per giungere ai contenuti emotivi maggiormente pregnanti. Ho compreso come la soggettività, se ben educata, non sia un limite, bensì una risorsa che permette di giungere ad una condivisione dei vissuti, chiarificazione dell’esperienza e mutua comprensione dei pensieri non ancora esplorati. Spesso caratteristiche personali anche fisiche di me in funzione di Io ausiliario, sono state la base per accedere ad un pensiero non ancora sentito. Tale esperienza mi ha consentito di apprezzare la valenza terapeutica dei diversi setting, di porre attenzione a diversi stili di conduzione che hanno stimolato profonde riflessioni e migliorato sempre la mia identità di psicologo, incidendo profondamente sul modo di considerare la clinica e sul mio modo di operare. Sono stato educato a porre attenzione a ciò che non era immediatamente visibile, a ciò che celava una parola, un silenzio, un particolare tono di voce, alla collocazione spaziale dei membri nella stanza di terapia, ma anche a ciò che rappresentava la scelta e la chiamata in campo di un individuo, con determinate caratteristiche peculiari, per rappresentare una persona significativa della vita del protagonista della scena giocata. Sono stato istruito inoltre a cogliere le dinamiche di gruppo, ma anche a ciò che in quel momento era significativo per il singolo, e che, grazie alla competenza dei terapeuti, risultava utile in termini di risonanza agli altri membri. Ho lavorato sulla natura dei miei interventi, interventi mirati ad esternare in modo semplice, ma al tempo stesso con un linguaggio emotivamente ricco l’emozione circolante; interventi che permettevano di cogliere come le mie emozioni venivano vissute ed esperite da me in prima persona e che, nonostante riguardassero apparentemente soltanto il singolo, venivano formulati tentando di suscitare un impatto emotivo in tutto il gruppo. Ciò ha contribuito ad avvicinare me a coloro che portavano un disagio, permettendomi di compiere costantemente, grazie alla supervisione dei miei didatti e a discussioni con i miei colleghi, un costante lavoro tra ciò che era mio e ciò che invece portava l’altro. Utili per l’elaborazione e per un pensiero su quanto era accaduto nel setting terapeutico sono stati i protocolli osservativi scritti da me dopo ogni seduta. Tali protocolli all’inizio più cronachistici, sono risultati necessari ad educarmi ad un’osservazione acuta dei significati circolanti, mentre successivamente, oltre ai protocolli ho prodotto l’osservazione. Osservazione che viene letta al termine della seduta da uno dei due psicoterapeuti presenti, con l’obiettivo di disvelare i fili inconsci che hanno attraversato la seduta stessa, oltre a risultare utile agli utenti sia come restituzione, sia come avvio di un pensiero più profondo. Non essendo io uno psicoterapeuta non leggevo l’osservazione, ma la formulavo in mente e poi la scrivevo dopo il protocollo e la rendevo nota ai miei tutor. Chiaramente tale osservazione muoveva proprio dalle emozioni che sentivo in seduta, per cui, i terapeuti, hanno ritenuto utile avviare la discussione proprio partendo dagli scritti di noi tirocinanti poiché palesavano le emozioni da noi provate. Il lavoro di discussione avveniva sempre prima ed immediatamente dopo la seduta, ma chiaramente grazie anche alla scrittura dei protocolli e delle osservazioni si realizzava in me, durante la settimana un ulteriore e costante processo di elaborazione. I didatti di Apeiron hanno sempre tutelato e curato il mio processo formativo, e tali discussioni che fungevano altresì da contenimento ed elaborazione dei vissuti emotivamente significativi, mi hanno permesso di giungere ad una migliore comprensione della clinica dell’individuo e del gruppo, oltre a favorire una comprensione sempre maggiore della mia posizione incidendo sul mio atteggiamento in seduta, sempre più consapevole e competente. Un’ulteriore attività da me svolta nell’ambito del tirocinio, apparentemente slegata dallo psicodramma, ma in realtà strettamente connessa è stata l’apprendimento e la messa in atto della tecnica dell’osservazione diretta. L’osservazione diretta, insegnata presso l’associazione Apeiron da docenti con un’esperienza pluriennale, è stata per me fondamentale per l’ascolto clinico, costituendone un prerequisito. La regola fondamentale da me esplicitata nel contesto osservato, ovvero quella di non poter interagire in nessun modo con i soggetti della ricerca; seppur difficile da gestire, è stata determinante per la mia formazione. L’osservare la realtà per quanto possibile libero da pregiudizi e da categorie precostituite così come appariva a me in quel momento, cercando di isolare elementi personali, interni di disturbo, il non poter agire parlando o facendo azioni concrete, mi ha insegnato sia a liberarmi dall’ansia risolutiva, nociva per i tempi psicologici, ma soprattutto mi ha aiutato a formulare un pensiero più profondo sulla realtà osservata. Ascoltare acutamente è servito a far spazio dentro di me, spazio necessario per accogliere l’altro, nonché la complessità del suo disagio, complessità che è possibile cogliere solo se ci si allena ad un ascolto analitico. Tutte le esperienze del mio tirocinio sono risultate per me profondamente integrate, per cui sulla base della mia personale esperienza sento di consigliarlo a tutti coloro che sono interessati ad imparare a tollerare il dubbio e l’incertezza; che poi si riveleranno proficui per una comprensione più ampia della realtà. È solo la continua curiosità e un interesse genuino per ciò che porta l’altro, anche il tirocinante, che può realmente costituire un fattore di cambiamento sulla realtà e sull’altro.