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In questo periodo di emergenza la sezione è dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

“In metodologia analitica il criterio non consiste nello stabilire se un uso è giusto o sbagliato, se ha un significato o se è verificabile, ma nel determinare se esso sia in grado o meno di promuovere un avanzamento” (Bion, 1962) [grassetto mio]

La citazione di Bion tocca alcuni punti propri dell'esperienza formativa. Rimanda a Winnicott (1969) e ricorda l'importanza, sin dalle prime fasi di vita, di ricorrere all'uso dell'oggetto come requisito fondamentale per lo sviluppo. Ciò si riflette in ambito sia terapeutico che formativo. Si invitano i pazienti ad usare lo spazio di terapia e la relazione; nella formazione ognuno può usare gli spazi costruiti dall'istituzione scuola, al fine di promuovere quell'avanzamento a cui Bion fa riferimento. L'uso però si configura come una possibilità soggettiva: non si possono raccogliere tutte le sollecitazioni, non si possono coscientemente evitare, ma ognuno si attiva e si ritira in modo estremamente personale.

Nel percorso in COIRAG, la lunga durata della formazione permette di attraversare le diverse fasi in momenti diversi della vita personale e professionale.

La parola uso contiene in sé esperienza ed elaborazione e, allo stesso modo, l'allievo incontra in COIRAG spazi dedicati all'esperienza, il tirocinio e l'osservazione dei gruppi, e spazi di elaborazione, il gruppo di tutoring e la supervisione.

Il tirocinio è il luogo che maggiormente porta a riflettere sulla professione. Nonostante sia un contesto protetto, richiede un contatto con la realtà del lavoro di terapeuta. Si incontrano persone vere, che fanno richieste reali e si stabiliscono legami. Richiede di tenere a mente la possibilità di sperimentarsi nello stare (nella posizione di terapeuta). Gli strumenti utili a questo lavoro possono essere tratti dall'esperienza e fatti propri, a patto che si attraversi la fase del dare senso. Il coinvolgimento personale ed emotivo a cui porta l'esperienza in loco, richiede di essere lavorato e interiorizzato; ciò avviene grazie alla condivisione dell'esperienza nel gruppo classe e nello spazio dell’insegnamento  di coordinamento(tutoring).

 

Il Workshop nazionale -parte integrante dalla formazione in COIRAG- si configura come un contesto di integrazione, di esperienza ed elaborazione. La diversità dei setting attraversati durante questa esperienza residenziale, che si snoda nell’arco temporale di 3 giorni, fornisce occasioni di lavoro in gruppo e contesti protetti in cui costruire un pensiero-meta.

Come tutto ciò porta a promuovere l'avanzamento di cui parla Bion?

La scuola COIRAG offre un'ottica di avanzamento attraverso la scansione del tempo in passaggi istituzionali; contemporaneamente, però, il percorso formativo, nella sua caratteristica soggettività, permette di leggere tappe, esperienze significative e obiettivi di ciascuno.

La scrittura dell'elaborato di secondo anno, il passaggio al biennio successivo e la tesi finale, divengono opportunità, rese fruttuose o promotrici di avanzamento in base all'uso che ogni allievo ne fa. Definisco tali passaggi delle opportunità, perché pongono di fronte alla possibilità di un'elaborazione, mezzo prezioso per far proprio il percorso fino a quel momento attraversato. Questo stesso scritto si presenta come un'ulteriore elaborazione del mio percorso formativo: se la tesi è lavoro dall'interno, al fine della separazione, ad oggi mi trovo a pensare il mio percorso in seguito alla sua conclusione.

Per riprendere il tema dei passaggi e poiché si sente spesso parlare di costruzione dell'identità di terapeuta o sviluppo dell'identità professionale, ripercorrerò, punteggiandole, le fasi principali della formazione.

Ripensando al mio (ma direi nostro) percorso in Coirag, sono approdata al ricordo della prima fase. Durante il primo anno di corso ha dominato il bisogno di nutrimento, con una continua richiesta del 'come o cosa fare?'. L'aspettativa di un nutrimento esterno da parte dell'istituzione, ci portava a non comprendere a pieno la natura di una formazione in ambito terapeutico/psicodinamico, ma è stata propedeutica alla costruzione del legame con la scuola e all'interno del gruppo classe. Grazie all'elaborazione della nostra stessa domanda rivolta alla scuola, attraverso il gruppo tutoring e l'analisi personale, è divenuto possibile il passaggio che sottende la formazione dal 'cosa fare?' rivolto all'altro al 'come stare (nella posizione di terapeuta)?' rivolto a sé. Come accennato, la scuola offre una connessione tra primo e secondo biennio tramite un passaggio istituzionale, ma nell'ottica della peculiarità di ogni singolo percorso, direi che un mio passaggio evolutivo è avvenuto successivamente, con la presa in carico del primo paziente. In questa fase è subentrata da una parte la spinta all'autonomia, dall'altra il dubbio, su diversi livelli.

Come terapeuti in formazione, dal terzo anno, è consentito prendere in carico dei pazienti e si entra di più a contatto con il proprio essere terapeuta.

Ricordo, in quel periodo, un distanziamento dall'immagine idealizzata della scuola e del gruppo classe; entravano in gioco la disillusione del nutrimento totalmente esterno, ma anche l'inizio di un processo di individuazione dal gruppo.

Nella mia esperienza, il secondo anno è stato quello più difficile, con più dubbi, più paure; era attivo un processo che va dall'idealizzazione alla rinuncia alle identificazioni, crea inquietudine, ma è il vero passaggio generativo e permette di scoprirsi.

Verso la conclusione del percorso formativo, ognuno ha iniziato a valutarsi come terapeuta, ha intensificato i rapporti con l'esterno, con altri contesti, ha costruito legami altri e si è trovato a lavorare una fase di separazione, non senza qualche difficoltà.

In questo lavoro, gli spazi di elaborazione messi a disposizione dalla scuola hanno permesso di prendere parte, in maniera consapevole e partecipata, al procedere verso l'assegnazione di un titolo, che diviene rituale di separazione.

Ad oggi credo di essere giunta così alla fase caratterizzata dalla produttività e creatività. Quella in cui si lavora – autorizzati dalla scuola – per proporsi come terapeuta. Anche qui la presenza di COIRAG non manca, è attiva per la costruzione di quello che definirei spazio intermedio, che rimanda all'idea di Winnicott (1953) e si articola come una possibilità altra per i neo specializzati, lavora sull'appartenenza e contrasta una delle criticità più forti del lavoro di terapeuta: il rimanere soli nella stanza di terapia.

Per concludere, direi che questi anni hanno incluso momenti di estrema curiosità e motivazione e periodi di crisi, sconforto e dubbio. L'interrogativo rimasto costante è: Sarà la strada giusta? Qual è la mia strada?

Ciò che mi ha permesso di andare avanti e poi concludere il percorso formativo è che non ho mai avuto (e non ho ancora) una risposta alla questione. La prospettiva non è trovare una strada, ma costruirla. La scuola ha la capacità di stimolare sempre interrogativi nuovi, fino alla fine; non si presenta come fonte unica di nutrimento, ma crea spazi insaturi che permettono di proseguire (nella ricerca di sè). Lavoro dell'allievo è coglierli e renderli fertili.

In questi anni la scrittura è rimasta sempre un filo d'Arianna. Attraverso di essa si sperimenta la trasformazione, si modella ed esplora il senso, si costruisce il proprio bagaglio. Il mettere in parola è il passaggio evolutivo, terapeutico e di formazione, che consente di poggiare il piede in vista del passo successivo. Rende visibile l'in-visibile, diviene dicibile l'in-dicibile. Durante la costruzione della tesi ho potuto esplorare e poi dar voce al mio desiderio essere terapeuta. Il continuo appello ad esso, al fine della scrittura, mi ha permesso di sostare sulla natura dell'uso che avevo fatto del percorso. Solo la costruzione del pensiero e delle parole su l'esperienza hanno permesso una separazione da essa, anziché una rottura.

Bion W., (1962), Apprendere dall’esperienza, tr. It. Armando, Roma, 1971.

Winnicott D., (1953), Transitional objects and transitional Phenomena, in International Journal of Psycho-Analysis, 34, pp. 1-9; trad. It. Oggetti transazionali e fenomeni transazionali, in Winnicott (1958) Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975.

Winnicott D., (1969), The use of an object, International Journal of Psycho-Analysis, 50, pp. 711-716.