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In questo periodo di emergenza la sezione è dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

In questi mesi marcati dall’emergenza covid-19 ho fatto esperienza di un servizio di ascolto nato per offrire supporto a chiunque ne facesse domanda. Servizio gratuito e di facile accesso, promosso dal Ministero della Salute.

Questa esperienza mi ha molto interrogata sulla specificità del setting. Cosa lo rendeva singolare? In che modo ha messo alla prova la nostra plasticità di analisti? Come l’ascolto analitico trovava una sua traduzione e manteneva il suo tratto distintivo?

Queste note, scritte nero su bianco, sono un modo per dare forma alle riflessioni che mi hanno orientato nell’ascolto e accompagnato in questa speciale esperienza clinica.

Colgo come primo tratto distintivo il fatto che si tratta di un Setting “aperto alla realtà”…a contatto con la realtà:

  • Un setting che tiene conto e risponde alla domanda: “Cosa succede quando l’esperienza del trauma da individuale diventa collettivo?” In questo contesto più che mai, nei colloqui condotti, abbiamo costatato che “la psicologia individuale è fin dall’inizio psicologia sociale” (Freud 1921)[1].  La separazione - contrapposizione tra di esse perde gran parte della sua rigidità, si vede molto bene la fluidità dei confini: gli affetti sono balzati in primo piano (paura di impazzire e del futuro- rabbia – incertezza -  impotenza - disillusione-  minaccia – pericolo - perdita - ansia – depressione) e si è fatto più difficile negarle, mandarle sullo sfondo. Nei colloqui emerge acuta la domanda: come maneggiare le emozioni?  come curarsene? come superare il senso di inadeguatezza? Una domanda ampia nella quale la richiesta implicita sembra quella di essere aiutati a riconoscere le emozioni, trovare collegamenti inusuali. Si tratta allora di offrire un ascolto attento che muove alla condivisione, alla risignificazione delle emozioni e a contenere il timore di non farcela.

Le perturbazioni psichiche/emotive interrogano il legame sociale. Il legame sociale cerca altre vie.

  • Un setting alle prese con la precarietà: l’essere precario della condizione economica e della propria salute. L’epidemia non è uguale per tutti: è selettiva, colpisce i soggetti più vulnerabili e sopraffatti per l'insufficienza di mezzi di difesa. Soggetti, alla lettera, feribili. Siamo tutti nella stessa tempesta, ma non siamo tutti nella stessa barca.

Accenti del setting:

  • Un setting che ha a che fare con un taglio, una frattura, un evento spartiacqueun evento memorabile. Inattesa e inaudita è “la bancarotta” portata da Enzo, la prima persona che ho ascoltato, che si è visto azzerare il conto in banca, rimando poi all’angoscia di una rottura irreparabile della sua economia psichica: paura di impazzire e scoppiare. Rabbia e paura del futuro. Non ci sono difese e l’evento sembra farsi tout court ingovernabile. Impreparata è Betta, ricoverata per covid insieme al marito. Lei non lo rivedrà più, lui muore in 4 giorni. Svanito nel nulla. Nessun saluto, nessun accompagnamento o rito collettivo a lenire il dolore. La morte disumana, è nell’ordine della sparizione, della sottrazione, come un furto repentino. Il trauma è troppo fuori misura per ogni discorso, la perdita è immediatamente un “essere persa”.
  • Un setting che accoglie persone/pazienti senza armi, impotenti e che sembrano non aver modo di reagire. Tutte in condizione regressiva, sole e isolate alle prese con uno stato di angoscia L’isolamento costringe Pina, 66 anni, a un tempo di bilanci che le fa dire “La mia vita è tutta un coronavirus” o Rina, 65 anni, paziente psichiatrica alla ricerca di un nuovo ascolto o ancora Angela, 73 anni, che da sola porta tutto il peso della sofferenza psichica del figlio e chiede aiuto perché teme di non farcela. La sensazione è di essere imprigionati e non poter scappare (da Sé) … Per Anna, la paura è senza oggetto, la minaccia non ha un volto, ha il nome di un virus non localizzabile, che la costringe a estenuati pulizie, disinfestazione continua degli ambienti; confinata in casa, dove fuggire?

 

Tutti alla ricerca di un varco… come aprire questo varco?

 

  • Il varco, il passaggio nell’ascolto analitico riguarda il nome proprio di persona - Enzo, Francesca, Elsa, Pina, Rina, Angela, Rosaria, Anna, Betta, Simone, Enrica – non l’omologazione collettiva, quella fatta di grandi numeri, ma il volto, immaginato o visto su WhatsApp, la voce, il nome. La relazione non è mai anonima, non è generale, passa attraverso la storia e le vicende personali, le ferite: principio basico di ogni relazione e pratica di cura.

 

  • Nel setting -  a fronte del limite (massimo 4 colloqui) - l’ascolto genera il nuovo dalla ferita del trauma a cui si cerca di dare una forma inedita, generare pensieri nuovi.

La modulazione della parola, il tempo della risposta è importante anche quando introduce un pensiero lungo a partire da una nuova connessione, una nuova intuizione.  Penso anche a quei casi in cui la domanda fa appello più consapevole all’ascolto analitico. Penso a Francesca, 40 anni, capace di introspezione e di ascolto che ha potuto celermente mettere a fuoco i motivi della sua rabbia e medita di intraprendere una esperienza analitica che sinora non si è concessa o Elisa, giovane studentessa di medicina con alle spalle una psicoterapia interrotta dopo un mese di mutismo assoluto e che riprende la parola in questo contesto, ancora Simone alle prese con il riattualizzarsi di una angoscia di intrusione e, ancora a Enrica, giovane donna per la quale l’angoscia di morte trova aperture inedite nel cogliere il suo timore per la vita, la propria, separata da quella dei genitori.

In questi casi il lavoro si fa liminare, sulla soglia perché è lì che il coronavirus ha avuto un ruolo di stimolo capace di provocare la domanda (analitica). Il punto di contatto tra una regione (il contesto covid) e l’altra (il proprio mondo interno) è meno separato, intuisce delle connessioni …. Allora l’ascolto e la parola stanno sulla soglia, si lavora sul confine, ci si avvicina con fare preparatorio/introduttivo a una esperienza analitica. Un lavoro preliminare, come se fosse una porta d’ingresso.

Il nuovo contesto covid 19 mettendo in primo piano le emozioni, anche quelle scomode, ha reso manifesta la necessità di inventarsi servizi di supporto psicologico poiché ha reso esplicito a un numero maggiore di persone che la salute non coincide con la salute fisica ma implica la vita psichica.    Iniziative che seppure imperfette, potrebbero contribuire, anche dopo, a dare visibilità alla competenza Psicoanalitica. Il dopo covid, non dovrebbe sperperare quanto emerso per accelerare l’introduzione di nuovi servizi o dare una spinta a rinnovare quelli attuali.

Il covid 19 è un evento, un incontro con ciò che non è previsto.  L’incontro non si esaurisce nel tempo in cui avviene.

È giusto pensare che la fase II coincide con la fine del trauma?...  siamo fuori dal trauma? …o esiste un trauma legato al ricominciare? Forse il trauma ha solo trovato una nuova forma che mette alla prova la capacità di risignificare gli eventi della vita. Una rappresentazione scissa della fase I e II potrebbe non aiutare, forse si pone più un tema di inclusione/integrazione, c’è una mescolanza di emozioni, coraggio e paura poiché si apre di nuovo alla responsabilità individuale. Spostamento dal collettivo all’individuale. Dovremmo forse procedere per sintesi, integrazioni; evitare le scissioni, resistere alla tentazione evacuativa.

 

Riapertura - Ricominciamento – un cambiamento non esente da angoscia. Passaggio dall’angoscia di confinamento (il chiuso che preserva la vita) all’angoscia dell’aperto (se non ritorniamo all’aperto muore la vita).

Alcuni mostrano ambivalenza rispetto al cambiamento.  La tana, la casa può essere preferita allo smarrimento della responsabilità individuale. Anna potrebbe uscire ma non esce.

 

[1] S. Freud (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’io, OSF vol.9