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In questo periodo di emergenza la sezione è dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

 

Dalla trasmissione del virus alle tele-trasmissioni e alle tras-missioni on-line, purtroppo anche queste potenzialmente virali (vedi hacker e simili) eccomi qui a dirvi qualche impressione dopo una seduta di psicodramma via Zoom del 10 aprile 2020.

Tras-messa, tras-metto, ovvero metto tra me e l’altro uno schermo divisorio con superficie di vetro e meccanismo interno complesso, ingegnoso e misterioso ai più.

Trasmetto me stessa nella piattaforma, ovvero, per incontrare altri, mi iscrivo in un marchingegno che, almeno all’apparenza, ha forma piatta e incorporea.

L’invito e poi, attraverso un link e un doppio click, incontro volti noti di colleghi-amici di lungo corso per sperimentare con loro un  modo inedito di partecipare ad una seduta di psicodramma, tutti noi  ripresi in cornici che hanno più o meno la forma quadrata o rettangolare . Vedo il mio volto tra altri volti. Un quadratino tra i tanti. Formato 3 centimetri per 4, all’incirca. Sembra la prima pagina  di un quaderno a quadretti vivente e colorato.

 

 Un animatore e una osservatrice si propongono, così la seduta ha inizio

 Riconosco le voci di tutti, voci che, a tratti, sembrano non “quadrare” con il movimento dei loro visi, suono e luce che si muovono a velocità diverse. All’inizio senza rendermene conto, sto con il viso molto vicino al monitor, quasi non riconoscessi me stessa tra gli altri, oppure non riconoscessi gli altri. Cambio più volte gli occhiali, occhiali per vedere lontano, per miopi, e occhiali per vedere da vicino.

 Vedo file e righe di volti parlanti, ascolto e prendo parte a un discorso tutto da costruire e che prende gradualmente corpo .

 La seduta inizia percorrendo i sentieri dei sogni e dei ricordi, sosta nella stazione della malattia, attraversa luoghi simbolici di città, la città nominata in un sogno è Spoleto , e il  filo della spola incontra lungo la sua traiettoria   due o più mondi, a vari livelli di profondità, si scontra con i non detti, con l’essere nelle situazioni negli ordini generazionali,  padri madri  figli figlie,  nonni nonne e l’allontanarsi da esse per il dolore che ci procurano. Tante altre cose ancora, velocemente, forse troppo velocemente. E’ il virus a correrci dietro e bisogna fare in fretta.? Oppure c’è l’influenza dei social che sono più veloci dei virus?

Tornando allo schermo sottile e di vetro, ad un certo punto mi ritrovo a trafficare malamente attraverso il mouse con la barra degli strumenti e succede che per qualche minuto perdo la connessione. La perdo una seconda volta. Sento gli altri che parlano e mi sento dire a voce alta: “mi vedete?”, “mi sentite?” Magicamente il video riprende.  Qualche parte del sistema misterioso di Zoom mi dice, o meglio mi scrive, come una sorta di  “voce fuori campo”, che la connessione non è buona.  Discorso sbarrato?  O forse sono io ad avere difficoltà a connettere, alias a comprendere, questo modo nuovo e del tutto inedito  di articolare lo psicodramma?

Piattaforma come setting?

 Penso tra me e me che l’intravedermi/si  con questo formato  possa essere qualcosa, per ora, da sperimentare, per sentirmi- sentirvi vicini in qualche modo, supplendo la mancanza della presenza piena che sta oltre lo schermo e che è data dall’incontro senza schermi, sentirsi vicini almeno per un poco, vicini anche per ascoltare ciò che può esserci “dietro” e “dentro” ognuno dei parlanti, verso una parola piena.

 Talvolta oltre le finestre, in alcuni momenti, sento lo stridore delle sirene delle ambulanze e immagino che accompagnino i malati fuori dalla loro casa, bene di rifugio e  difesa, in un altro luogo; quello stridore pare a volte l’unico suono protagonista di queste tristi giornate e fa sentire la sua presenza  oltre il confine del proprio sé- dimora. Non parlavamo proprio di confini e di bordi negli ultimi seminari del venerdì?

Certo, occorre dire che noi, nello psicodramma, abbiamo sempre lavorato in  una dimensione circolare, con cerchi, superfici, sfere, centri con nucleo, dove un gruppo parlante nasce e prende corpo anche attraverso il gioco psicodrammatico e  a noi, appunto, questa dimensione quadrata o rettangolare del dire e del sostare, finora non è appartenuta. C’è voluta una pandemia per farcela sperimentare.

Dico a me stessa che  in questi tempi di coronavirus dovrò  provare a fare i conti con questa parte del  mondo informatico,  dal quale,  per presunta o scelta incompetenza, almeno fino ad ora, mi sono sempre  tenuta lontana.

Roma, aprile 2020