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In questo periodo di emergenza la sezione è dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

OSSERVAZIONE DIRETTA

RESTITUZIONE dell’incontro del 24 marzo 2020        

La preparazione è lunga, facciamo delle prove di connessione a tre: Serena, Giuliana ed io; poi Paola, Serena ed io per concordare un poco gli argomenti e i momenti dell’incontro. Una prova veloce con Beatrice, ma non riesco a trovare l’identificativo di Rosa … Luca non potrà partecipare … si trova in un momento di difficoltà abitativa. Che fatica! Vorrei concentrarmi sui temi affrontati, mettere a fuoco i protocolli già letti, ricostruire il senso di ciascun luogo di osservazione (tutte scuole quest’anno) ma non è possibile … mi ritrovo sprofondata in stupidi, piccoli dettagli cosiddetti tecnici, proprio ciò che, da anni, rifuggo. Finalmente ci siamo, lo schermo si attiva e faticosamente i volti compaiono, uno ad uno, un poco tremolanti. Ogni tanto arriva un suono, io rispondo e compare un volto nuovo: è la stessa cosa che premere il pulsante dell’apertura del portone di Apeiron? Assolutamente no: qui il contatto è immediato, ma precario, impalpabile e legato ai capricci della rete. Provo un poco di imbarazzo, invece dei nostri corpi, distanziati, disposti a semicerchio, mi trovo davanti, vicinissimi, volti e sfondi casalinghi; una realtà intima, se non fosse virtuale. Paola inizia a parlare e, vista la presenza di tre nuove tirocinanti, invita a fare un giro di presentazione, ma la sua voce mi arriva coperta da un rumore gracchiante così fastidioso che vorrei chiudere la mia connessione, che, dopo poco, cade spontaneamente … riesco a reinserirmi ma la presentazione è finita e non mi sono presentata. Ho appena intravisto, per un attimo, non del tutto definiti, i volti delle tre tirocinanti nuove, sono entrata in contatto con loro solo per   brevi whatsapp, che idea avranno di me? E loro, chi sono? Cosa le ha portate qui? Recepiranno le parole dell’osservazione? Vedo ora anche Rosa, Beatrice, per un attimo Ludovica, arriva anche Giuliana e vedo le sue labbra muoversi, ma il suo microfono è spento e non sento le sue parole.

Chiedo di spegnere i video per migliorare la connessione e alcune di loro spariscono; così diventerà per me difficilissimo distinguere successivamente le voci delle ragazze appena arrivate e capire a quale volto appartengano. Per fortuna, anche oggi, forse più del solito, c’è grande attenzione nel prendere la parola e rispettare quella degli altri, così Paola dovrà invitarle con decisione, di volta in volta a esprimere i commenti ai protocolli letti. Come avevamo ipotizzato, Paola invita Ludovica a leggere un suo protocollo, ma non riesco a distinguere la sua voce che legge, sento ancora il rumore gracchiante … Dopo un poco le cose migliorano soprattutto quando anche Giuliana e Rosa chiudono il video ma per buona parte dell’incontro la mia attenzione è concentrata sul cercare di comprendere il senso di quello che viene detto e letto. Mi sfugge quindi quasi del tutto la possibilità di avere la mente libera all’ascolto di ciò che è dietro i significati apparenti del discorso, le piccole discrepanze, il non detto, “segnali” di una realtà “altra” che possono amplificare la comprensione; tutto ciò che, insomma, caratterizza l’osservazione, metodologia di educazione all’ascolto, ascolto attivo, potremmo dire.  Ad un tratto mi arriva forte, come un sasso in uno stagno, il titolo del racconto/protocollo di Ludovica: “A Lucrezia, morte e giovinezza”. Ludovica osserva in una prima media e, dopo questo drammatico titolo, ci propone le immagini del suo avvicinarsi all’Istituzione dove osserva, una scuola. Vediamo così i ragazzi più grandi che, sicuri di sé, aspettano di entrare fuori del cancello, mentre i piccoli sono vicini al portone, quasi a cercare protezione. E’la prima ora, i ragazzi non arrivano in classe, “braiti” li chiama con noncuranza la professoressa, forse vuol dire bradipi, alunni che, lenti, faticano ad affrontare il loro dovere. Ludovica, osservatrice studentessa con lo zaino, ascolta con interesse l’alunna Lucrezia che parla d Silvia e Leopardi, c’è calma in classe, poi la confusione cresce, ma la professoressa rimane tranquilla e dice a Silvia di parlare più forte. All’improvviso il racconto/ protocollo si blocca, si parlava di morte, dirà a mo’ di giustificazione, Ludovica … L’interruzione improvvisa mi avrebbe colpito allo stesso modo se Ludovica fosse stata seduta davanti a me? In assenza della presenza fisica, quando la voce è l’unico contatto, il silenzio improvviso ha significato, per me, la sua assenza. Questo blocco del protocollo mi riconcilia un poco con il titolo: morte, sicuramente del racconto/protocollo e giovinezza … vissuti in una prima media.

Ma ecco che inizia una nuova lettura. La prof. non è ancora arrivata, e la classe del liceo Morgagni è in fermento. Ieri c’è stato il consiglio di classe, così Beatrice, l’osservatrice, ascolta, con un sorriso sotto i baffi, i commenti dei ragazzi: hai visto mio padre? Ha un tatuaggio di un sole sul polso, il tuo chi è: quello pelato?  L’atmosfera è leggera e giocosa e tale rimarrà per tutta l’ora di lezione. Con l’arrivo della docente i telefoni devono stare sulla cattedra, il primo che lo consegna spontaneamente è Ilai, la prof è piacevolmente stupita… ma ecco, compaiono le due protagoniste del protocollo e, forse, della classe, ognuna nel suo ruolo: Irene, sempre servizievole che va a cercare il gesso e Bettina che arriva in ritardo.  Il gesso: c’è qualcosa di bianco, in effetti, nella classe, qualcosa di bianco che rimane nell’aria, impalpabile e leggero per tutta la lezione. L’argomento è il latino, si inizia con DUM, il cui suono arriva dal computer improvviso come una pallottola DUM DUM, appunto, “la contemporaneità” traduce Ilai, che si distingue da POSTQUAM, “post, dopo che”.   Così la tranquillità bianca dell’inizio della lezione diviene il bianco delle mani sporche di gesso di un ragazzo e, dopo che (postquam) il cancellino viene tirato addirittura dalla professoressa, anche il giacchetto di Montesano si imbianca. Nessuno si scompone per questo e la professoressa chiede alla classe se va tutto bene: “riesco sempre più o meno, a gestire la lezione e poi questa è la prima ora” dice a Beatrice, facendole trasgredire la regola dell’astinenza.  Come è difficile osservare, rimanere astinenti di fronte alle parole dell’insegnante. Sono rappresentati piccoli conflitti giocati con leggerezza, resi bianchi, innocenti da una professoressa giocatrice. Il racconto/protocollo è finito, terminati anche i nostri commenti, abbiamo sforato il tempo, ci salutiamo in fretta, ma le mani che salutano e i sorrisi che scompaiono sono un piccolo momento emozionante. Basta premere un tasto e le persone evaporano, confesso che preferisco vedere le persone salutare, alzarsi, raccogliere gli oggetti e uscire dalla stanza.

2 aprile, 2020