Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione sulle pagine di questo sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Per vedere quali cookie utilizziamo e quali sono di terze parti, visita la pagina dedicata. Informativa ai sensi dell'art. 13 D.Lgs. 30 giugno 2003 n.196.

In questo periodo di emergenza la sezione è dedicata a raccogliere i vostri racconti dalla "zona rossa"

Un altro giorno, un’altra ora, altri minuti da aggiungere ai 103 anni appena compiuti. La signora che lo accudiva, tre volte alla settimana, non di più, perché non gli era mai piaciuto averle intorno quelle donne che chiamavano badanti, italiane, ucraine, rumene, peruviane , le aveva provate tutte e a nessuna aveva concesso di intromettersi nelle sue decisioni, la signora che lo accudiva, appunto, non era riuscita a trattenerlo dall’uscire di casa.  Come sempre. Senza cappello, lo spolverino aperto sul magrissimo torace concavo lasciava intravvedere una camicia a scacchi di chissà quale epoca e un larghissimo paio di pantaloni trattenuti fin quasi al collo dalle bretelle. Ogni giorno,  curvo e col bastone,  Aurelio usciva di casa,  una villetta con giardino dove abitava da solo. I figli, due maschi, anch’essi già anziani, erano lontani, uno all’altro capo del mondo e uno … non ricordava, forse era morto, forse. In ogni caso non provava dolore, l’aveva visto e conosciuto così poco. Almeno gli sembrava.  La moglie l’aveva lasciato da tempo e tra sé e sé si confessava che, nonostante il bene che le aveva voluto, non sentiva affatto il desiderio di raggiungerla!

 

Aurelio usciva di casa e percorreva le poche centinaia di metri che lo separavano dalla strada principale come se fossero chilometri e la meta chissà dove. Un passo dopo l’altro, procedeva lento, da sembrare quasi fermo, e un po’ sbilenco, tanto che qualcuno, guardandolo da dietro, poteva temere che cadesse .   Ma lui  non cadeva e, lo sguardo fisso a terra, arrivava alla fine della strada e tornava indietro.  Nel frattempo con un fazzoletto grande come un tovagliolo si asciugava la goccia in bilico sulla punta del naso e la saliva agli angoli della bocca e pensava. Per lo più ricordi. A 103 anni, raccontava a se stesso, era inutile tentare di formulare ipotesi, riflessioni, sillogismi, calcoli. Lasciava al buco nero del passato il compito di ingoiare tutta quell’attività intellettuale che tanto l’aveva eccitato e che ora, in prossimità di quell’orizzonte corto al quale si rifiutava di affacciarsi, gli appariva banale e priva di senso. I ricordi. Quelli non li rifiutava, anche perché si componevano in immagini surreali,  molli e appannate …

Un po’  - pensa - come quegli orologi lumacosi di De Chirico … NO, Aurelio si ferma a guardarsi la punta delle scarpe sporche di terra, NO, quello è Dalì, come hai potuto sbagliare? 

“Buongiorno signor Aurelio, anche oggi la passeggiatina, eh?” . De Chirico e Dalì svaniscono, sopraffatti dalla sublime visione della sua giovane vicina di casa, una signora dal sorriso gentile e sessant’anni ben portati. Quarantatré anni di differenza, una ragazzina. Non sa cosa rispondere, cerca di raddrizzarsi, mentre la signora lo incalza, affabile e curiosa. “Ho saputo che ieri è stato il suo compleanno!” . Ecco, questo è il terreno sul quale può muoversi agevolmente, la sua età e la soddisfazione di comunicarla: “103! 103 – ripete – 19 ore e 18 minuti!” . “Nooo! Complimenti! Ma non è venuto nessuno a festeggiarla?”. Aurelio finge di non aver sentito, accenna un sorrisino sdentato, gesticola col bastone in segno di saluto e fa dietrofront. La signora lo osserva allontanarsi piano piano, le spalle strette nello spolverino troppo largo e cascante. Scuote la testa perplessa, ma anche in qualche misura rincuorata, in fondo – pensa – se la prospettiva è vivere più a lungo e le tappe comuni o ricorrenti di questa longevità sono ictus, demenza, infarti, paralisi, incoscienza, carrozzella e altre amenità, beh, la tenacia e tutto sommato la salute con cui il vecchietto  si sta avvicinando all’ultima porta lascia ben sperare. Sospira, distoglie lo sguardo e se ne va, borbottando: “Che coraggio, però|!”

Aurelio si gira quel tanto che gli consente di registrarne con sollievo il congedo.  Quella domanda ha toccato un nervo scoperto: nessuno a festeggiarla? Non se l’è sentita di rispondere “Nessuno” e, soprattutto, di sostenere l’ennesimo sguardo compassionevole: oh, poveretto, che tristezza, che ingiustizia, che indifferenza, ecc. ecc. ecc. A quegli sguardi avrebbe voluto rispondere che a lui degli altri non fregava assolutamente nulla, tanto per chiarire il suo pensiero.

Sempre più spesso, durante queste indebite passeggiatine, Aurelio si era reso conto che andava cercando, nei ragazzini che incontrava , se stesso bambino e un giorno,  a casa, era rimasto parecchio tempo (quanto non lo sapeva, diciamo tra la pillola del dopo pranzo e quella prima di cena, verso le 18,00) ad osservarsi in una fotografia del secolo scorso, in bianco e nero. Avrà avuto sei anni e l’automobilina a pedali che lo conteneva, tra l’ impaurito e lo sfidante, era stato il primo regalo importante dell’infanzia. Si era scrutato con l’attenzione di un detective, ma non si era riconosciuto. Con stupore aveva dovuto accettare il fatto che, inevitabilmente,  quel bimbo l’avrebbe accompagnato all’ultima porta, magari tenendosi per mano con quell’altro lui adolescente, innamorato e inconcludente, e l’adulto appagato e sicuro di sé … Ma sì, che venissero tutti, purché avessero la pazienza di aspettare, perché lui non era ancora pronto.

Non era pronto a separarsi dal miracolo di una natura che, quando non pioveva, gli regalava dei tramonti trascendenti. E anche la pioggia in fondo aveva un suo perché - a 103 anni poi!-  e guardarla trasformarsi in goccioline lungo i vetri della finestra alla quale era solito affacciarsi lo riempiva di meraviglia. Talvolta si vergognava di queste emozioni e allora i ricordi si presentavano più vividi ed espliciti: i ricordi di un uomo che troppo spesso aveva negato a certi sentimenti di manifestarsi, perché quando l’aveva fatto dei tizi l’avevano pesantemente schernito. Chi fossero non lo ricordava, erano stati tempi bui, di questo era certo, ma non avrebbe saputo spiegarne la ragione. Non aveva dubbi, era una ferita aperta nel suo cuore, ma intanto il muscolo più importante del suo corpo vizzo continuava a battere. Oh la vita!

C’erano poi i due cani del vicino. Non li aveva mai sopportati, primo perché erano brutti, di una bruttezza bastarda che nessun accudimento era riuscito a mitigare; secondo perché abbaiavano a ogni estraneo che s’affacciava alla loro stradina privata, neanche fossero tutti possibili ladri; terzo, perché quell’antipatico del loro padrone non se li filava per niente e lui non capiva perché mai li tenesse con sé. Oddio, invero lo capiva eccome: erano sempre affamati e girovaghi come randagi, segno che il tizio si prendeva ben poca cura di loro. Lui e le due figlie, piccole e selvagge. La moglie non sapeva neppure che faccia avesse.  Che strana famiglia. Però adesso, da quando usciva col bastone e il suo passo si era decisamente adeguato all’età, non sapeva spiegarselo e nemmeno ci provava, ma quei due pelosi a quattro zampe, la femminuccia soprattutto, Zoe, gli stavano simpatici. Gli trotterellavano accanto, lo precedevano,  si fermavano ad annusare invisibili schifezze, a segnare il territorio con inarrestabili pisciatine e lo aspettavano, quando lui, appoggiato al bastone, si bloccava alla ricerca di un pensiero, un nome, un verso che erano fuggiti dalla mente per non tornare più. Sì, erano proprio due cani affettuosi, Zoe soprattutto, e non vedeva l’ora di averli come compagni di passeggiata quando usciva di casa rincorso dalla badante di turno per costringerlo a indossare sciarpa e cappello, che lui, più testardo di un mulo, caparbiamente rifiutava.

A chi, durante le sue passeggiatine invernali, lo fermava per sollecitarlo (con affetto, per carità, ma perché non si facevano gli affari loro?) a coprirsi meglio e di più,  rispondeva orgoglioso che non aveva mai avuto un’influenza e un raffreddore in vita sua. Non era vero, ma lui si era convinto che lo fosse, un po’ per sfida un po’ per smemoratezza.  Del resto, pensava, quando uno è sopravvissuto a una guerra mondiale, a crisi economiche e sociali di vario tipo, alle torri gemelle, a terroristi d’ogni specie, a terremoti e alluvioni e, cinque anni prima , a una pandemia di coronavirus, durante la quale, dicevano, erano soprattutto gli anziani a morire e lo ripetevano ogni giorno con una certa pedanteria, come se i cosiddetti anziani non fossero anche e soprattutto delle persone e non tutti fossero rimbambiti e dunque avessero una sensibilità …  non sarà certo un raffreddore, pensava,  a mandarlo all’altro mondo. In realtà quest’ultima espressione non gli piaceva ed evitava di usarla: l’ “altro mondo” era la morte, lo sapeva bene, come non saperlo dopo più di cent’anni di vita? Però immagini come “orizzonte corto” o “ultima porta” gli erano più congeniali, per il loro valore metaforico e per la mancanza di riferimenti religiosi. Aurelio era stato e continuava ad essere ateo. E la morte, per dirla con parole sue, gli stava antipatica, tutte quelle immagini con la falce, quegli orribili scheletri malvagi concepiti apposta per  terrorizzare la gente … Nonostante l’ostentato e più volte dichiarato agnosticismo, Aurelio aveva paura di morire. Per questo odiava tutti quelli che lo elogiavano per non essere ancora morto. Se avesse avuto la gobba gliel’avrebbero toccata, sicuro!

Così, senza sciarpa e senza cappello, ma col bastone e i fedeli cani al suo fianco, il vecchio si prepara per una nuova passeggiatina. C’è un sole tiepido e finalmente, dopo giorni di pioggia incessante, può ricominciare a contare: 103 anni, 37 giorni e 10 minuti. Si sente leggermente stanco, ma nulla e nessuno possono distoglierlo dall’evadere. La casa gli sta stretta, da quando è solo più che mai. Le badanti non contano, nient’altro che ombre.  Oltre tutto proprio quella mattina gli ha telefonato il figlio, quello lontanissimo nel mondo, chissà da dove chiamava, chissà quanto gli è costata quella telefonata (che ne sa lui di WhatsApp?)!  E come sempre si è arrabbiato e gli ha chiuso il telefono con un drastico “e allora crepa!”. Tutto perché Aurelio gli ha messo fretta “sì, sì, ho capito, ti sei sentito male, mi dispiace ma sbrigati, che devo uscire!”.

In effetti, pensa, ha esagerato. Ma a lui qualcuno della sua progenie ha mai chiesto come stava? Aurelio si siede sull’unica panchina che il condominio  ha aggiunto lungo il percorso. L’ha sempre snobbata, oggi vi si siede riconoscente. Appoggia il mento al bastone, ritto tra le gambe, e   osserva  l’albero di fronte. Il cane maschio, che, adesso ricorda, si chiama Jeff, lo sta irrorando dell’ennesima pisciatina. Zoe va subito dopo ad annusare e aggiunge la sua. Aurelio sorride, socchiude gli occhi, che del resto sono già due fessure rigonfie, e porge il viso al tepore del sole. Lo assapora per  poco, poi si dice “Bene, è ora di tornare”, si alza e s’incammina verso casa,  scuotendo la testa.  Pazienza, oggi ha percorso solo la metà dell’itinerario solito ,  si rifarà domani.